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Le profezie bibliche parlano che la fine iniziera dal medio oriente, ci siamo ?

19 Settembre 2006 Commenti chiusi


Lattacco allIran: in preparazione

«Basteranno pochi giorni, con migliaia di missioni di bombardamento. Bombe guidate da satelliti e laser saranno lanciate sui bersagli – 1500 già identificati dal Pentagono – per cercare di penetrare il cemento armato sotto cui alcuni siti nucleari sono nascosti»: così esulta e prevede l’agenzia ebraica Ynet. (1)
L’attacco all’Iran sembra essere stato deciso, e vinte le resistenze degli alti gradi militari, riluttanti a impegnare le forze USA in una terza guerra.
Lo sostiene anche Time Magazine del 15 settembre, che cita fonti del Pentagono: l’impresa impegnerà «quasi tutti i velivoli a disposizione delle forze armate, stealths, F-15, F-16, e gli F-18 che decolleranno da una portaerei». (2)
Navi e sottomarini lanceranno missili da crociera.
Ma essendo la testata di queste armi «piccola e non sufficiente per penetrare il cemento» dei bunker, saranno usate «per altri bersagli».
L’ondata di bombardamenti durerà, anche secondo Time, «pochi giorni con migliaia di missioni», e servirà a «ritardare il programma nucleare iraniano di due o tre anni».

A quando l’attacco?
Dice il Time: una squadra composta da un sommergibile, un incrociatore callse Aegis, due dragamine e due cacciamine hanno ricevuto l’ordine di essere «pronti al dispiegamento» per il primo ottobre.
E il «chief of naval operations» ha chiesto un’analisi di come operare il blocco di due porti petroliferi iraniani.
A quanto pare la risposta degli analisti «non è piaciuta, ed è stato loro ordinato di lavorare di nuovo sul progetto».
La presenza di dragamine e cacciamine dà corpo ai peggiori sospetti: in pochi posti simili vascelli sono richiesti, e principalmente per il blocco dello stretto di Hormuz, il poco profondo canale largo 20 miglia da cui passa il 40 % del fabbisogno petrolifero del mondo.
In Israele, la soddisfazione è al sommo: anche stavolta l’America farà il lavoro richiesto.
La ministra Livni continua a battere la grancassa («Il mondo ha davanti pochi mesi per scongiurare un Iran nucleare»), il che può significare che l’attacco partirà a novembre, dopo le elezioni di mid-term in USA.
Del resto, Israele deve recuperare la sua credibilità militare dopo lo scacco infertole da Hezbollah.
«Israele attaccherà [la Siria], per superare la crisi interna che la travaglia e riabilitare, anche di poco, il suo potere di deterrenza»: così avrebbe confidato al dittatore siriano Assad un membro arabo della Knesset (il parlamento israeliano) durante una visita in Siria, secondo il giornale libanese As-Safir.
A lanciare questo avvertimento sarebbe stato Azmi Bishara, un deputato palestinese (e cittadino israeliano) che ha visitato Siria e Libano con i suoi colleghi Jamal Zahalka and Wasil Taha.
I tre sono ora sotto inchiesta per aver visitato uno Stato nemico.

Si può scatenare una guerra al solo scopo di tornare a far paura come prima?
Eppure questo è il clima nello Stato ebraico.
Tanto più che i generali dell’aviazione israeliana, ha rivelato Haaretz, paventano le conclusioni che il ministero della Difesa sembra aver tratto dallo scontro con Hezbollah: che bisogna investire di più nelle forze di terra, piuttosto che negli aerei.
I generali dell’aria temono tagli, dopo il loro insuccesso (il capo di Stato Maggiore dimissionario e stratega del fallimento, Dan Halutz, era uno dell’aeronautica).
E stanno premendo con i seguenti argomenti: «La principale minaccia che ora ha di fronte Israele è la Siria, che può essere ora incoraggiata ad attaccare per riprendersi il Golan; l’Iran, se riesce a darsi l’arma nucleare; e l’Egitto, se ad Hosni Mubarak succederà un regime ostile ad Israele. Inoltre, Israele può dover affrontare due o tutti questi fronti contemporaneamente, e dunque con la necessità di spostare rapidamente le truppe dall’uno all’altro, cosa che solo l’arma aerea può fare».
La piccola e debole Israele, sempre in pericolo nella sua stessa esistenza, ha bisogno di «100 aerei nuovi l’anno per mantenere la sua superiorità aerea sugli stati musulmani», dicono le fonti sentite da Haaretz.
Altro che tagli: «La Israeli Air Force vorrebbe acquistare tre o quattro squadroni di F-35, il successore dell’F-16, e un numero minore di F-22, successore dell’F-15, ad un costo che può toccare i 200 milioni di dollari per apparecchio». (3)
Poiché è questo il sobrio modo di pensare strategico sionista, non è da stupire che in USA, ad essere certo che un attacco all’Iran sia imminente – e a cercare di scongiurarlo – sia sceso in campo Daniel Ellsberg.

Daniel Ellsberg

Ellsberg è l’ex funzionario che nel 1969 rese pubblici i «Pentagon Papers», i documenti segreti del Pentagono in cui si progettava l’uso di armi atomiche contro il Vietnam, una rivelazione che portò di lì a qualche tempo all’espulsione di Nixon dalla presidenza.
Oggi, il vecchio Ellsberg, durante un raduno a San Francisco, ha chiamato a raccolta per espellere il «regime di Bush», sostenendo che è «pericoloso come era quello di Hitler», insomma il Quarto Reich.
Ecco i passi essenziali del discorso di Ellsberg: «Siamo di fronte all’alta probabilità [] di un nuovo attacco contro l’Iran [] sono stati fatti piani per l’uso di armi atomiche. [] Lanciamo l’allarme su una crisi imminente, e questa crisi su cui richiamo la vostra attenzione è un’aggressione di tipo hitleriano, come quelle che noi abbiamo già visto commettere dall’attuale amministrazione. L’aggressione all’Iraq non è distinguibile, sul piano del diritto, dall’attacco di Hitler alla Polonia, alla Francia e alla Russia: un crimine contro la pace, per il quale ci sono state le impiccagioni a Norimberga. [] Ogni bomba atomica è una Auschwitz portatile. E la gente dirà: ‘Ah, si possono usare facilmente’. Questo Paese, ci dicono, non è la Germania del 1939. Lasciatemi precisare: questa è la Germania del 1933. Nel gennaio del 1933, la Germania non era uno Stato fascista. Hitler era diventato cancelliere con una maggioranza relativa del 36 %, aveva solo due ministri [nazionalsocialisti] nel governo. Nel luglio del 1933, era uno Stato a partito unico. Gli altri partiti furono vietati. I socialdemocratici avrebbero potuto dichiarare uno sciopero generale prima dell’incendio del Reichstag; dopo, fu troppo tardi. Troppo tardi per una resistenza popolare».
Ellsberg ha chiamato esplicitamente a una resistenza popolare contro «il regime Bush».

Nel 1969, dopo i «Pentagon Papers», questa resistenza ci fu in America: «Cinquemila giovani andarono in prigione per rifiuto di andare sotto le armi», «l’FBI ricercò me e mia moglie, io rischiavo 113 anni di galera; ci nascosero per 13 giorni dei giovani che non conoscevamo giovani che distribuivano i ‘Pentagon Papers’ casa per casa; e 19 giornali pubblicarono i paper, nonostante le ingiunzioni: non solo il New York Times fu diffidato e pubblicò. Anche il Boston Globenon c’era mai stata una diffida contro un giornale prima. I giornali erano più giornali di oggi.
La situazione attuale, io credo, ci chiede questo spirito che ci fu nel 1969. Oggi non è un momento normale. C’è bisogno di gente disposta a rischiare la carriera, il lavoro, i rapporti con la famiglia, con il proprio capo, con la propria chiesa questa guerra non avrà mai fine senza gente che agisca nello spirito del 1969». (4)
Chi fosse tentato di credere che Ellsberg esageri, deve rileggersi l’articolo che Newt Gingrich, il capo repubblicano, ha scritto per il Wall Street Journal del 7 settembre.
«Siamo già nella terza guerra mondiale!», esulta Gingrich nel pezzo, dal titolo «Bush and Lincoln».
L’articolo comincia infatti con una citazione di Lincoln nel 1862, quando decise di scatenare la guerra contro il Sud: «I dogmi del tranquillo passato sono inadeguati al tempestoso presente: dobbiamo pensare in modo nuovo, ed agire in modo nuovo».
Ebbene, dice il politico: «Il presidente Bush si trova precisamente davanti al bivio in cui Lincoln si trovò 144 anni fa: [deve] far approvare una legge che riconosca che siamo entrati nelle terza guerra mondiale. Se noi non pensiamo in modo nuovo come Lincoln, non possiamo guidare la nazione sulla via della vittoria».

Newt Gingrich

La vittoria, secondo Gingrich, non consisterà solo nel «disarmare Hezbollah», ma fare la guerra a Siria, Iran e Corea del Nord «per detronizzare le dittature di quei Paesi».
Ciò comporterà «un aumento drammatico del bilancio», e richiederà che la sicurezza interna e la difesa «passino da un approccio burocratico ad uno aggressivamente imprenditoriale».
Il parallelo con Lincoln fa venire qualche brivido se si ricorda che, dichiarata la guerra contro il Sud, Lincoln ne approfittò per chiudere (nel Nord) oltre 300 giornali di opposizione, incarcerare migliaia di cittadini del Nord contrari alla guerra in veri e propri campi di concentramento; con due diverse «leggi di confisca» sequestrò i beni degli oppositori, ed espulse il senatore Clement Wallandigham, democratico.
I suoi eserciti finirono per ammazzare 300 mila americani confederati, un quarto della popolazione maschile adulta del sud.